“Da Costa a Costa”, tutto sul podcast italiano che racconta gli Stati Uniti.

Intervista a Francesco Costa a cura di Gaia Passamonti

Da newsletter di successo, a podcast seguitissimo. Dal 2015 “Da Costa a Costa” è un progetto giornalistico multimediale sulla politica e sulla cultura degli Stati Uniti, a cura di Francesco Costa, vicedirettore de “Il Post” e responsabile del corso biennale di giornalismo alla Scuola Holden di Torino. Ce ne sono davvero pochi che raccontano gli Stati Uniti come lui e la nostra Gaia Passamonti è riuscita a “rapirlo” qualche minuto proprio mentre si sta dedicando al reportage delle campagna elettorale americana. Un’intervista che capita davvero a fagiolo, a pochi giorni dal tanto dibattuto confronto televisivo tra Trump e Biden, per conoscere meglio uno dei casi di maggior successo tra i podcast italiani.

 

Francesco, come hai iniziato a lavorare con i podcast?

Ho iniziato quando ho conosciuto Carlo Annese, un collega che mi ha intervistato per un suo podcast nel 2015. Carlo si stava interessando alla produzione di podcast e mi propose di usare questo mezzo per raccontare le cose americane di cui parlavo nella newsletter “Da Costa a Costa”. Nacquero così sia il podcast di “Da Costa a Costa” che Piano P, la società di produzione di Carlo che oggi è la più importante società di produzione di podcast giornalistici in Italia.

 

A quali pubblici ti rivolgi?

Devo dire che non penso esattamente a un pubblico preciso, quando lavoro, se non in questa accezione: mi rivolgo a persone che non conoscono nulla o quasi degli Stati Uniti o della politica americana. Non voglio chiudermi in un contesto di iniziati e di appassionati. Gli appassionati ci sono, naturalmente, e Dio li benedica: ma mi interessa rivolgermi a un pubblico che sia il più largo possibile, quindi cerco di non dare niente per scontato.

 

Qual è lo scenario italiano rispetto ai podcast in questo momento dal tuo punto di vista?

Mi sembra che ci sia grande vitalità e grande offerta sul piano dei contenuti, a fronte di un mercato ancora embrionale. Girano pochi soldi, ci sono ancora pochi inserzionisti. Ma sono entrambi in aumento, come gli ascoltatori. E stanno aumentando i contenuti di qualità professionale.

 

E quello americano?

È un mercato vero, con contenuti ormai completamente mainstream, tantissimi inserzionisti e modelli di business diversi, una quantità gigantesca di prodotti di qualità, milioni di ascoltatori. È inevitabilmente un punto di riferimento.

 

E se ti chiedessi di dare una definizione di podcast?

Una cosa che puoi ascoltare quando vuoi. Le definizioni più strette tendono a escludere qualcosa, perché i podcast possono essere davvero diversissimi tra loro. Dire “podcast” è come dire “articolo” o “video”: uno strumento che ha un suo linguaggio, ma che può contenere infiniti tipi di contenuti.

 

Qual è il principale punto di forza di questo media?

Il racconto orale è la forma più antica di comunicazione tra gli esseri umani. E il podcast è l’unico media contemporaneo che non ambisce a monopolizzare le attenzioni del pubblico. I social media vogliono tenerci davanti agli schermi, la televisione pure, i giornali pure. I podcast accettano di essere ascoltati mentre fai qualsiasi altra cosa, e allo stesso tempo non comportano le distrazioni continue che avvengono invece sul web o sui social.

 

Quali caratteristiche non possono mancare in un podcast che funziona?

Un’idea di cosa vuoi dire e una buona voce. Contenuto e contenitore, insomma.

 

Quali sono le competenze necessarie per diventare un autore di podcast?

Come dicevo, un podcast può essere tante cose diverse. Scritto o a braccio, da solo o con più persone, giornalistico o di fiction o di commento. Credo che parlare di “autore di podcast” sia generico come parlare di “autore di cose scritte”: dipende dal contenuto. Per cui direi che la caratteristica principale abbia a che fare sempre col contenuto. Senza la qualità del contenuto, non c’è contenitore che tenga. Quanto al contenitore, credo aiuti molto avere un po’ di senso del ritmo, sia che si usi uno script sia che si vada a braccio. L’ascolto deve accompagnare l’ascoltatore e farlo in modo naturale non è semplice.

 

Quali sono le caratteristiche della scrittura per i podcast?

È una scrittura che deve tener conto che il testo non sarà letto ma ascoltato, quindi deve farsi capire al primo colpo. Niente incisi, niente costruzioni irregolari delle frasi: soggetto verbo e complemento. E attenzione al ritmo, è una scrittura dritta. Almeno secondo me. Ma si possono fare ottimi podcast anche senza scrivere uno script, ovviamente.

 

Come scegli una storia?

Con criteri giornalistici: che poi lo strumento che uso sia un podcast mi interessa fino a un certo punto. Per “Da Costa a Costa” cerco storie utili a conoscere e capire qualcosa degli Stati Uniti. Avrei idee per farne dieci stagioni!

 

Lavori da solo o in team?

Lavoro sempre da solo, salvo nella produzione del podcast, che è affidata a Piano P, e quando sono in viaggio negli Stati Uniti, dove preferisco sempre andare in giro con un amico e collega.

 

Quanto conta il sound design?

Conta molto perché un suono sgradevole o di bassa qualità disturba la concentrazione e impedisce a chi ascolta di entrare nella storia. È il limite di molti progetti amatoriali.

 

Ci racconti brevemente il caso di “Da Costa a Costa”?

“Da Costa a Costa” è nato come newsletter nel 2015, quando stava ricominciando la campagna elettorale americana in vista delle presidenziali del 2016 e io avevo voglia di tornare a occuparmi con continuità di Stati Uniti, come avevo fatto in un precedente periodo della mia carriera. Volevo anche approfittarne per imparare qualcosa di nuovo, e da qui la scelta – all’epoca particolarmente azzardata – di aprire una newsletter e non un blog, un sito o una pagina sui social. La risposta dei lettori è stata per mia fortuna eccezionale, e nel 2016 “Da Costa a Costa” è diventato anche un podcast. Nel frattempo siamo arrivati alla quarta stagione, questa del 2020. Nella newsletter racconto, spiego e contestualizzo le notizie della settimana sulla campagna elettorale; nel podcast racconto grandi storie del presente e del passato per contestualizzare l’attualità e conoscere meglio gli Stati Uniti, oltre che i reportage frutto dei miei viaggi sul campo. Tutti i contenuti sono diffusi gratuitamente, la newsletter ogni sabato e il podcast ogni due settimane, ma le spese e il mio lavoro sono pagati dalle donazioni che lettori e ascoltatori fanno spontaneamente, senza ottenere nulla in cambio. Sono soldi che io reinvesto nel progetto, per esempio andando negli Stati Uniti e poi raccontando quello che vedo. Dall’esperienza di “Da Costa a Costa” è nato anche il mio primo libro, “Questa è l’America”, uscito a gennaio per Mondadori.

 

A cosa stai lavorando ora?

Fino alla fine dell’anno, a “Da Costa a Costa”: siamo alla fine della quarta stagione, c’è il podcast, c’è la newsletter, c’è Instagram. E poi a “Il Post”, il giornale online di cui sono vicedirettore. E poi la Scuola Holden, con la quale sto portando a termine un incarico da responsabile del corso di giornalismo. E poi ogni tanto vado anche in giro a presentare il libro che ho scritto ed è uscito a gennaio. Insomma, la risposta sarebbe probabilmente: a troppe cose.

 

Ci dici qual è il tuo podcast preferito (a parte il tuo, s’intende)?

Vado sul sicuro: “The Daily” del New York Times.