Intervista a Diego Alverà, direttore editoriale di Storie avvolgibili.

Come hai iniziato a lavorare con i podcast?

Il mio è un percorso lungo e complesso, certamente poco lineare.

Come molti amici, ancora ragazzino, ho iniziato “giocando” con le parole e la musica ai microfoni di una delle tante radio libere degli anni Ottanta, e poi sono finito a lavorare per molti anni come promoter nel mondo delle produzioni musicali, mettendo così assieme un bagaglio di competenze piuttosto composito e del tutto variegato.

Per una serie di singolari coincidenze la radio mi ha poi richiamato a sé e con il nuovo millennio sono tornato a occuparmi di testi e di programmazione.

È nato tutto così, quando ho ricominciato ad assaporare il gusto della scrittura e della narrazione scoprendo una naturale scioltezza nel mescolare i diversi registri di storie e parole con suoni, musica ed emozioni. 

Il podcast è stato quindi per me una dimensione naturale, un modo nuovo per andare oltre le barriere e gli steccati di genere. Un’esigenza personale, quindi, prima che un’opportunità, anche perché poi nel 2010 il podcast rimaneva comunque un oggetto ben oscuro. Ma quella dimensione sospesa tra la radiofonia e un nuovo modo nuovo di raccontare le cose della vita mi ha permesso di sposare la mia scrittura con l’interpretazione asciutta e severa del teatro di narrazione e con la passione per la lettura ad alta voce. Lo storytelling ha poi fatto il resto.

L’inizio di tutto è stato un piccolo monologo dedicato a una storica partita di calcio del 1973, cara e indimenticabile per la mia città e la mia squadra del cuore. Quel testo, però, non parlava solo di calcio o quanto meno non lo faceva nel modo tradizionale, ma raccontava un mondo che non esisteva più, un futuro promesso e tradito. Si intitolava Verona Milan cinque a tre. La palla è rotonda ma la vita è ben piena di spigoli!. Nacque in ambiente radiofonico nel serrato montaggio di parole, musiche, ritmi e inserti e divenne qualcosa che era assolutamente difficile definire. Non era un programma radiofonico, non era teatro, anche se in qualche modo vi si avvicinava. Era un formato strano dalla durata ancora più strana che si poteva ascoltare su qualsiasi device digitale tutto d’un sorso o un po’ alla volta.

Così, nel giro di una breve stagione, quel testo si è trasformato in qualcosa di ancora diverso, nella sua dimensione più vera, in un podcast a puntate e quindi anche in uno spettacolo di narrazione dal vivo, che è poi la veste con cui ancora oggi, a distanza di anni, lo porto sul palcoscenico. Perché poi non c’è differenza tra quello che faccio in compagnia di un testo, di suoni e immagini su un palco e quello che progetto al mixer di uno studio di registrazione.

Come è nata Storie avvolgibili?

A dispetto del dato strettamente anagrafico, Storie avvolgibili ha una storia complessa che arriva da lontano. Nasce infatti dall’esperienza pionieristica della radio di Ultimo Piano, dalla visione progettuale di Pensiero visibile, dalle numerose narrazioni dal vivo prodotte in questi ultimi cinque anni e dal dinamico intreccio operativo con Osteria futurista.

Pur avendo quindi radici ben piantate nel passato Storie avvolgibili guarda al futuro forte di una solida identità e soprattutto di una lucida strategia, che rimette la voce, il suono e l’ascolto al centro di tutto.

Per questo, per tutti noi è un nuovo punto di partenza, stimolante e ambizioso, per assicurare sempre alle nostre produzioni un forte carattere distintivo che declini e valorizzi i contenuti, le esigenze e la sensibilità di autori e committenti grazie anche a un positivo ed eclettico intreccio di attitudini, linguaggi e tensioni culturali legate alla narrazione, all’ambiente radiofonico ma soprattutto anche al più ampio universo delle arti espressive, della musica e del cinema. Ed è proprio questa visione a rendere l’incarico di direttore editoriale una sfida straordinaria ed appassionata.

Qual è lo scenario italiano rispetto ai podcast in questo momento dal tuo punto di vista?

Bisognerebbe chiarire una volta per tutte cosa si intende per podcast, perché, tolte poche e rare manciate di produzioni di alto profilo, tutto ciò che affolla le piattaforme di player grandi e piccoli costituisce un’area indistinta di contenuti audio (si va dai programmi radiofonici agli spettacoli di puro intrattenimento) che però rimangono, a mio avviso, ben distanti dalla natura e dalle peculiarità di questo potente strumento narrativo, per come lo abbiamo conosciuto e apprezzato per le tante produzioni presenti sul mercato anglosassone e globale.

Come definiresti il podcast?

Non amo le definizioni, soprattutto in un ambito così mobile e flessibile. Comunque sia, per quanto mi riguarda il podcast è nella buona sostanza un prodotto editoriale di narrazione, anche quando deve rispondere ad esigenze di natura divulgativa, giornalistica o aziendale. 

È una questione di visioni e sensibilità. Credo infatti che il podcast sia oggi uno strumento chiave per raccontare il mondo e l’umanità che lo popola. Associato, ad esempio, a contenuti di natura non-fiction, rappresenta un modo nuovo e coinvolgente di raccontare storie e comunicare idee, sogni, sensazioni e valori. 

Qual è il principale punto di forza di questo media?

La sua estrema flessibilità di utilizzo, le sue smisurate potenzialità espressive, l’innata vocazione a stabilire un contatto quasi intimo, a entrare in stretta empatia con l’ascoltatore, sino al punto di diventarne quasi la voce. Quello del podcast è un territorio narrativo unico ed evocativo, una sorta di cinema senza le immagini.

Quali caratteristiche non possono mancare in un podcast che funziona?

Gli elementi fondamentali sono sempre gli stessi: una storia ben congegnata e scritta “a voce alta”, il ritmo, il tono e il registro della voce, un’interpretazione asciutta di pause e accenti e soprattutto l’alchimia del sound design. La combinazione virtuosa di questi elementi può creare un contesto narrativo unico e irresistibile

Quale vantaggio può avere un’azienda nell’utilizzo dei podcast per la comunicazione?

Il podcast è uno straordinario strumento di comunicazione. Credo che il podcast narrativo possa offrire alle aziende uno spazio inedito consegnando loro la preziosa possibilità di comunicare in modo libero, personale ed efficace quello che sta dietro e che non esce mai nelle campagne, la loro vision, valorizzando inoltre la loro storia, spesso del tutto misconosciuta, e il più complesso heritage di valori.  

Quali sono le caratteristiche della scrittura per i podcast?

In gergo la chiamiamo “scrittura a voce alta”. È una definizione un tantino rischiosa ma estremamente calzante. Bisogna imparare ad ascoltare la propria voce interiore, bisogna tirarla fuori e metterla a servizio del racconto. Personalmente credo che tutte le storie offrano spunti interessanti: si tratta di saperli cogliere e di portarli in rilievo.  Non bisogna mai accontentarsi, ma andare dove gli altri non vanno, senza avere paura. E poi servono tanta pazienza e un capillare e oneroso lavoro d’archivio, ricerca e comparazione sulle fonti consultate. 

Come scegli una storia?

In base a quello che mi sussurra, che mi racconta e che mi affida.  Le storie che preferisco sono quelle inattese che ci interrogano e raccontano i nostri lati più oscuri, che esplorano errori e intuizioni, grandezza e debolezza, e che ci spingono a guardare davanti, a guardare al domani con occhi diversi. 

Quali sono le fasi di lavoro principali?

Come direttore editoriale parto sempre dalla progettazione strategica e dall’inserimento in un più ampio piano editoriale e comunicativo. 

Se non sono io a scrivere cerco un autore che possa avere i requisiti necessari, e con cui occorre allineare i pattern narrativi. 

Quindi si lavora sul testo e sulla scelta della voce narrante, sui toni e sui registri da toccare. È in questa fase che si comincia a immaginare l’ambiente di fondo in cui dovremo poi calare suoni, temi, musiche originali e, quando è necessario, anche spezzoni di repertorio, che sono frutto di lunghe e preziose ore di ricerca.

Quando si entra in studio per registrare la voce bisogna avere ben chiaro il contesto produttivo. La successiva fase del sound design e del montaggio è forse il passaggio più delicato, perché è lì, in quel momento, che il lavoro assume il suo profilo emotivo. 

Quindi tutto passa nelle mani di chi si occupa del suo rilascio e della sua comunicazione. 

Il podcast è un lavoro di squadra che richiede e coinvolge molte competenze e professionalità.

Quanto conta il sound design?

Tantissimo. Ogni volta bisogna infatti entrare in punta di piedi nel cuore del meccanismo narrativo, inseguire le parole, comprendere le pulsazioni e il ritmo del testo per metterne in rilievo le parti più importanti. Non è affatto un mestiere semplice. Servono conoscenze, abilità, affinità creative e molta intelligenza. 

È come comporre musica da film, solo che qui non c’è la forza delle immagini, ma solo voce e testo, che non vanno soffocati ma solo portati in evidenza.

Il sound design è uno dei punti determinanti di un buon lavoro, perché il contesto sonoro può davvero aiutare le storie e le parole a trovare una nuova dimensione, trasformando il podcast in un’esperienza inedita, coinvolgente ed emozionante.  

A cosa stai lavorando ora?

Il piano editoriale 2020 di “Storie avvolgibili” è ricco di nuove produzioni.

Nei prossimi giorni rilasceremo una prima serie di quaranta episodi, scritta e raccontata da me. Si intitola Velocissimi ed è un mio personale omaggio al mondo della velocità e a tutti i suoi miti passati. 

Per la collana “Gli avvolgibili” a settembre lanceremo due nuove serie legate al mondo dello sport, raccontate in esclusiva da due importanti e prestigiose firme nazionali come Adalberto Scemma e Danilo Castellarin.

In A bordocampo Scemma tratteggerà i profili di grandi atleti del passato (da Pietro Mennea ad Alberto Juantorena, passando per Laszlo Kubala), intrecciando memorie ed esperienze dirette, mentre Castellarin racconterà in una serie di cinque puntate il “Drake” Enzo Ferrari, anche con l’ausilio di una serie di testimonianze inedite di piloti e collaboratori raccolte nel corso degli anni.

A ottobre vedrà la luce una nuova produzione narrativa di ambientazione noir in quattro puntate. Racconterà l’agghiacciante mindset di un omicida seriale, un racconto coinvolgente in prima persona che prenderà spunto da fatti di cronaca nera per indagare i labirinti mentali del serial killer, sfociati in una serie impressionante di crimini efferati.

Sempre a ottobre, per la collana “Mondi reali”, uscirà una serie in cinque puntate firmata da Alice Avallone e dedicata al mondo dell’etnografia digitale. Si intitolerà Umano digitale e racconterà come esplorare il mondo con gli occhi dell’antropologo senza uscire dalla rete.

Nel frattempo ci sarà spazio per i nuovi episodi di alcune serie già in corso, come Oltre. Storie di eroi e antieroi dello sport e Once in a lifetime.

Saranno quindi mesi molto intensi, in cui al contempo ci occuperemo anche di nuove importanti produzioni legate a brand aziendali, ambito questo che consideriamo decisamente strategico.  

Personalmente poi continuerò a raccontare le mie storie non solo affidandole alle pagine dei libri (è da poco giunto in libreria il mio ultimo lavoro Ayrton Senna. Il predestinato pubblicato da Giorgio Nada Editore), ma anche sviluppandole in forma di narrazione dal vivo e portandole così sul palcoscenico in un flusso di musica e immagini. 

Qualcuno mi ha fatto notare che anche queste mie narrazioni sono una singolare forma di podcast, visibile una volta tanto, oltre che ascoltabile.

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